DOTTORE LE HO SCRITTO SU WHATSAPP

“….le ho anche mandato un’e-mail non l’ha vista?”
Queste sono solo alcune delle modalità di comunicazione che oggi ci metteno in relazione l'uno con l'altro, dandoci l'opportunità di accorciare i tempi e di rendere tutto molto più immediato.

Sembra però difficile riuscire a mantenere alta e significativa la comunicazione tra terapeuta e paziente con l'utilizzo di questi mezzi, o meglio... apparentemente potrebbero sembrare un vantaggio, tanto che per il paziente spesso rappresentano uno strumento rapido e "sicuro" con cui comunicare con il proprio terapeuta.

Ma siamo sicuri che anche per il terapeuta sia lo stesso?

Avere più canali aperti significa permettere al paziente di utilizzarli tutti, indistintamente e con la stessa modalità con cui vengono utilizzati dallo stesso all'interno dei suoi rapporti interpersonali. Questo a mio parere significa cambiare i parametri e gli spazi della relazione terapeuta-paziente che a questo punto potrebbe assumere dei caratteri di ambivalenza tra il personale ed il professionale, alterando cosi le dinamiche interpersonali e di tranfert.

Per un terapeuta il colloquio e la relazione con il proprio paziente assume connotati specifici che il più delle volte sono oggetto di analisi e di scoperta,tanto da offrire letture e considerazioni fondamentali per il processo terapeutico.

Lavorare senza utilizzare questi strumenti credo che oggi sia assolutamente anacronistico, ma allo stesso tempo penso sia fondamentale decidere che spazio di
manovra può avere questa comunicazione.

Personalmente da molti anni trovo che l'utilizzo della posta elettronica come scambio di riflessioni tra terapeuta e paziente sia molto più valido che il normale 
passaggio di appunti catacei. Questo perchè permette al paziente in qualsiasi momento di mettere nero su bianco quelli che sono i suoi pensieri o le sue emozioni.
Non che ciò 
non possa essere fatto anche attraverso "carta e penna", ma sicuramente l'utilizzo di smartphone e tablet velocizza e rende immadiata la cosa.

Trovo invece più complicato e controproducente l'utilizzo di sms e chat. Entrambi sono incredibilmente invasivi e rischiano di essere poi "persi" in mezzo ai mille 
altri messaggi che una persona può ricevere durante il giorno, generando quindi un cattivo feedback all'interno della relazione terapeutica.
Inoltre, se da un lato possono offrire un'istantanea dello stato emotivo del paziente, dall'altro non agevolano la riflessione personale ma piuttosto favoriscono una sorta di "espulsione catartica" (almeno questo è ciò che riporta il paziente) che non sempre è la strada migliore per chi sta facendo un lavoro terapeutico sul sè.

Attualmente è sempre più difficile far comprendere ad alcuni pazienti il perchè l'sms può essere utilizzato solo per emergenze (un impegno improvviso, una richiesta di aiuto realmente urgente) o perchè un terapeuta sceglie di non usare whatsapp; non è comprensibile del perchè un professionista scelga di eliminare alcuni mezzi di comunicazione attuali e consoni a favore di altri meno rapidi e più tradizionali.

Ma se si ragiona sulla vera essenza di una psicoterapia, e cioè la relazione tra le parti, non è difficile comprendere che il rapporto che si viene a creare è un rapporto 
interpersonale vero e proprio in cui spesso il paziente si aspetta un tipo di risposta da parte del terapeuta ed un tipo di considerazione ben precisa; in cui il paziente
affida al terapeuta gran parte delle sue aspettative di benessere, in cui ritiene il suo malessere assolutamente urgente ed unico (e di fatto lo è!).

A questo punto però come risolvere il fatto che questo tipo di relazione per il terapeuta è moltiplicata per 20...30...40...50...pazienti?

Come spieghi a "Mario" che i suoi sms e la sua chat la devi gestire insieme a quella di altri 20 "Mario"? E quindi non puoi rispondere in tempo reale?

E come gli spieghi che in tutto ciò esiste anche la tua vita, i tuoi cari e le tue esigenze?

Come fai a dirgli che il suo malessere è importante ma tu devi divedere la relazione in tanti piccoli pezzi?

Ecco arrivati a questo punto credo che l'utilità teraputica dei nuovi mezzi di comunicazione di possa trasformare in "danno terapeutico". Se da una parte questo aspetto potrebbe offrire uno spunto per parlare con alcuni pazienti di concetti come pretese, cecità verso l'altro, etc.. e questo possa sicuramente offrire dei vantaggi terapeutici, con altri potrebbe far emergere sensazioni di esclusione, di abbandono e di scarsa dignità diventando quindi iatrogeno per la cura della persona.

Ad oggi una "mancata risposta" ad un messaggio costituisce significato di diniego per molti di noi, come potrebbe non esserlo anche per i pazienti?

Oggi ciò che NON dici o NON posti o NON fai ha maggior significato di ciò che fai e di ciò che dici; ecco perchè aprire canali di comunicazione multipli vuol dire poi riuscire ad utilizzarli tutti ed a gestirli con la velocità che il tipo di canale richiede.

Impresa molto ambiziosa per il professionista psicologo è riuscire a conciliare una sana relazione terapeutica, una sana vita personale con la velocità con cui la coomunicazione
tra le persone si sta evolvendo, servono riflessioni serie in merito ed una indubbia rivisistazione del rapporto terapeutico.

Dott.ssa Laura Galuppi
Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale
Contatti: lgaluppi@bresciaonline.it
www.lauragaluppi.it
Cell. 338.8144743


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