“Il film di Villanueva segue le vicende di sei personaggi, ognuno con una differente variante della condizione, che per un disguido si ritrovano a condividere lo stesso appuntamento presso lo studio di uno psicoterapeuta: Emilio, un tassista ossessionato dalla numerologia e dai calcoli; Bianca, tecnica di laboratorio misofobica; Ana Marìa, ossessionata dalla religione e maniaca del controllo; Lili, istruttrice di pilates ecolalica, e con la tendenza a ripetere due volte le frasi che pronuncia; Otto, architetto ossessionato dalla simmetria e con la fobia per le linee sul terreno; e infine Federico, uomo di mezza età tourettico, affetto da un singolare tic che lo porta a proferire insulti e volgarità all’indirizzo delle persone con cui viene a contatto. Esasperati dal ritardo del terapeuta, bloccato sul volo di ritorno da un viaggio all’estero, e contrariati per il disguido che li ha costretti ad essere tutti presenti alla stessa ora presso lo studio, i sei tentano un singolare esperimento di terapia di gruppo autogestita. Nel corso di essa, l’iniziale diffidenza, e la scarsa tolleranza per le rispettive manie, si trasformeranno infine in simpatia e solidarietà reciproca.”
“La scelta, consapevole, nel segno dell’esasperazione e del bozzetto caricaturale, limita un po’ la portata del discorso del film: quella di Vicente Villanueva non vuole essere una resa realistica delle particolarità del DOC, né tantomeno aspira a suggerire possibili modi di farvi fronte. Il film, per come mostra un ampio ventaglio di varianti possibili della condizione, può servire semmai da “porta di ingresso” per comprenderne le manifestazioni più visibili, attraverso la mostra di alcuni “tipi” di possibili portatori.”
“La già ricordata, ampia gamma di manifestazioni del disturbo qui mostrate (per esasperate che siano) serve a dare l’idea di una condizione estremamente varia e multiforme, mentre il carattere brillante di alcuni dialoghi (e delle relative schermaglie tra i protagonisti) fa capire che, pur tra portatori di una stessa diversità, non sempre è automatica la solidarietà. Non automatica, aggiungiamo noi, ma senz’altro auspicabile, come emerge chiaramente quale “morale” conclusiva del film.”