Inside Out 2 ed il suo valore psicoeducativo

Pixar

Il valore psicoeducativo di Inside Out 2 è straordinario perché riesce a fare una cosa difficilissima: tradurre concetti clinici astratti in immagini immediate e intuitive, accessibili sia a un adolescente in piena crisi sia a un genitore disorientato.

Il mio commento

Sequel del primo film, questa pellicola illustra magistralmente la complessità delle cognizioni umane, della costruzione del senso di sé e di emozioni più complesse come l’invidia, l’ansia e l’apatia; entra nel territorio della psicologia dello sviluppo e della costruzione dell’identità, mettendo luce sul periodo della pubertà e sull’ingresso di emozioni più complesse.

In questo film è chiaro come l’ansia, l’invidia e l’imbarazzo, non rispondono più a minacce concrete nel presente, ma sono proiezioni cognitive sul futuro; servono a una cosa sola: gestire il giudizio degli altri e trovare il proprio posto nel mondo. Il dramma psicologico del film nasce quando l’ansia prende il controllo della consolle ed estirpa le vecchie certezze positive per sostituirle con un’autostima tossica e fragile, basata sull’idea di non essere mai abbastanza.

La vera svolta terapeutica rispetto al primo capitolo sta nel modo in cui la protagonista si salva. Non c’è più un’emozione che vince sulle altre o un tentativo di selezionare solo i ricordi belli. Il film sposa la filosofia della terapia ACT (quella dell’accettazione e dell’impegno) e della mindfulness: l’ansia non si sconfigge combattendola, ma accettandola e invitandola a fare un passo indietro, togliendole le mani dal volante. La maturità emotiva di Riley non si misura con una ritrovata felicità costante, ma con la capacità di integrare le proprie contraddizioni. Impara ad accettarsi come un insieme di sfumature, capendo che si può essere egoisti e generosi, forti e spaventati, e che va bene esattamente così.

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